Il bisogno di "spiegarsi" un atto di paura nel quale nascondersi

C'è una soglia che va oltre la semplice guarigione, un punto invisibile dove la ferita smette di sanguinare e si trasforma in una forza creativa. È il momento in cui non ci si concentra più su cosa “guarire”, ma su come semplicemente “essere”. È il momento in cui abbiamo accesso a una nuova percezione e in noi si alimenta una maturità sottile, silenziosa, un fuoco che non brucia ma che trasforma.
Dopo aver lasciato andare il bisogno di essere amati e aver attraversato il vuoto della non appartenenza, succede qualcosa che inizialmente può disorientare: ci si sente liberi, ma anche radicalmente invisibili e vuoti. Non nel senso sociale, ma in quello esistenziale, non c’è più l’urgenza di raccontarsi, di spiegarsi, di definire chi si è.  L’identità, che per anni abbiamo costruito con pazienza, timore, ostinazione e sacrificio si dissolve, inizia a crollare fino a sgretolarsi del tutto fino a lasciare un enorme e spaventoso spazio vuoto dove ricontattiamo l’esistere, nudi silenziosi e incredibilmente presenti a noi stessi. 
Quando sperimentiamo il crollo della coscienza che ci eravamo sapientemente costruiti nasce il nostro vero potere, la nostra vera pelle, un nuovo essere che non ci sembra di conoscere.

Per tutta la vita ci affanniamo a spiegarci, a giustificare ciò che sentiamo, pensiamo e scegliamo, cerchiamo le parole giuste per farci capire, per evitare fraintendimenti, per mantenere l’equilibrio nelle relazioni e per essere accolti nel nostro modo di vedere il mondo. Ogni volta che sentiamo il bisogno di spiegare chi siamo, è perché, in fondo, non ci sentiamo del tutto legittimi nel nostro essere.
Spiegarsi è spesso un atto di paura, paura di essere inadeguati, rifiutati, abbandonati, è come un gesto automatico, un meccanismo di difesa sottile: “Se riesco a farti capire chi sono, forse mi terrai con te.”
Ma quando il bisogno d’amore e di riconoscimento si scioglie, anche questa urgenza svanisce e con essa arriva una nuova calma e un nuovo equilibrio perché chi è radicato in sé stesso non ha bisogno di spiegare semplicemente irradia e manifesta.
Integrare completamente significa tornare a vibrare alla propria frequenza originaria, quella che avevamo prima delle ferite, prima delle maschere, prima degli adattamenti, prima della difesa.
È un suono sottile, inconfondibile, come una nota che ci appartiene da sempre ma che avevamo smesso di sentire e ricordare. Ogni essere umano ha la sua melodia: alcuni suonano profondi come un basso continuo, altri chiari e leggeri come un flauto e quando finalmente ci riconnettiamo a quella frequenza, tutto diventa più semplice; non c'è più bisogno di convincere nessuno, né di trattenere chi non risuona con noi, né di nascondere la nostra luce per paura che sia troppo ingombrante. Semplicemente, si è. E chi vibra su quella stessa lunghezza d'onda arriva, non perché lo si è cercato, ma perché lo si è richiamato nel silenzio. 
In un mondo che ci spinge a performare, a essere sempre presenti, a raccontarci come un prodotto, vivere in integrità diventa un atto rivoluzionario dove non servono proclami, non è necessario gridare “io sono autentico” basta esserlo, rimanere fedeli a sé stessi anche quando questo comporta dei sacrifici, anche quando si rischia di restare soli. 
Questa integrità non è rigida, non è orgoglio mascherato, è flessibilità profonda, è dire “no” senza rabbia e “sì” senza necessità. È resistere alla tentazione del compromesso illusorio, anche quando ci si trova immersi nel caos del mondo. E, paradossalmente, più si è fedeli a sé stessi, più si trova la vera comunità: quella che non chiede di essere qualcosa per essere amata, ma che ama proprio perché non c'è più nulla da dimostrare. Ora che il bisogno è svanito, il vuoto è stato riempito, e l'identità dei condizionamenti si è dissolta, che cosa diventa l'amore?

L'amore non è più un oggetto da conquistare, né una relazione da costruire, né una ferita da curare. L’amore diventa uno stato di coscienza, una vibrazione che nasce dentro di noi. Non ha più una direzione: non si dirige verso qualcuno, semplicemente esiste, esiste intorno a noi, in ogni angolo e in ogni forma ed espressione della vita. È come il profumo di un fiore che non sceglie a chi arrivare, o come la luce del sole che scalda chiunque la incontri. Questo amore non salva, non promette, non risolve. Ma cura, alimenta perché non fa più male, perché non proviene più da un vuoto, ma da una pienezza che ha fatto pace con il proprio buio. Alla fine del viaggio, ci scopriamo simili a una candela accesa: bruciamo, ma non per consumarci, bensì per la nostra semplice presenza, diventiamo luce, non per illuminare gli altri e farci riconoscere, ma solo per il fatto di esistere come luce. Viviamo senza la necessità di raccontarci, eppure ogni gesto, ogni silenzio, ogni sguardo racconta una storia antica, quella di un’anima che ha scelto di tornare incondizionatamente e pienamente in sé stessa. Questa, in un mondo come il nostro e durante il nostro cammino, è una delle più importanti responsabilità che possiamo assumerci: essere verità vivente, senza barriere, senza rumore, senza aspettative. Solo presenza. Solo fuoco silenzioso che tutto crea. Non dobbiamo più diventare nulla. Non dobbiamo convincere nessuno. Non dobbiamo nemmeno “guarire” nel senso più comune del termine. Dobbiamo solo smettere di resistere a ciò che siamo già. Essere l’amore che cercavamo, essere la presenza che volevamo sentire, essere il fuoco che ci scaldava da bambini, quando ancora non sapevamo di avere bisogno di nulla, nudi, liberi, luminosi.

Arrivederci Esploratori,
Con Amore Elenia e Silvia

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